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SUMMER FRONT  (parodia della libertà)

di  Fabio Negri

       Mi hanno sempre affascinato le immagini caratterizzate da rigore geometrico e coerenza compositiva, così mi sono impegnato in un progetto fotografico che prendesse spunto dalla vita di tutti i giorni per raccontarne le atmosfere sospese e rarefatte, quasi al limite del surreale, che avvolgono ognuno di noi per lo più in modo inconsapevole.

      Mi interessa in particolare, lo scarto che avviene tra l’immagine catturata con mente lucida e la ripetitività quasi robotica dei gesti quotidiani. Quale laboratorio migliore, allora, della costa adriatica, luogo di vacanza e svago per eccellenza affollata da giugno ad agosto da torme di turisti?

      Lungi dalle spiagge infuocate il mio sguardo si è posato invece sui palazzi che accolgono gli stanchi villeggianti di ritorno da una giornata trascorsa sotto l’ombrellone. In quelle squadrate, ordinate ed austere geometrie si assiste alla contraddizione di un messaggio che vorrebbe preservare l’identità dell’individuo mentre, al contrario, preconfeziona desideri, speranze, aspirazioni creando uno standard completamente snaturato. L’esplosione del colore che riveste le facciate dei residence è solo un’illusione sotto la quale si cela il grigiore di un mondo globalizzato votato all’acquisto dalla pubblicità e dai media.

      Ho scattato stringendo le inquadrature, concentrandomi sull’essenziale, schiacciando i piani e favorendo la creazione di un’atmosfera rarefatta e iper-reale, come se lo spettatore osservasse la scena che si svolge dentro un immenso acquario.

         
         
         
         
         
                                      

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Superfici prigioniere:

 alcune considerazioni sulla fotografia di Fabio Negri

            Quello del paesaggio urbano è un luogo tra i più frequentati dalla fotografia d’arte contemporanea: la volontà di raccontare la società di cui siamo parte, tanto le sue dinamiche sociali quanto gli elementi che partecipano a fondarne l’immaginario, sembra aver trovato una sintesi visiva nel "riflesso" offerto dalle modalità architettoniche ed urbanistiche che essa esprime. Lo spazio che vediamo imprimersi nelle immagini di Fabio Negri, in una ideale coincidenza tra la bidimensionalità della foto e l’oggetto della sua indagine, a differenza di tanti illustri esempi non si sviluppa nella profondità, rinunciando dunque ad illudere la terza dimensione. I severi prospetti di questi edifici, che catturati per frammenti saturano il campo delle sue immagini, prolungando ipoteticamente le proprie geometrie oltre i limiti della foto, proseguono a loro modo quell’intensa meditazione sull’idea di superficie che tanta parte ha avuto nell’ambito delle ricerche pittoriche contemporanee. Difficile non pensare, imponendosi al nostro sguardo le spietate griglie ortogonali che modulano queste facciate, alle geometrie che scandiscono le superfici del Neoplasticismo; le une quanto le altre capaci di alludere a quell’infinito geometrico che, oltre le città americane cui Achille Bonito Oliva si riferiva con brillante definizione, appare connotare l’intera urbanistica moderna. Ed ancora, alle superfici di Castellani e soprattutto Bonalumi - forse inconsapevolmente citato in una foto come "Summer 01" - modellate da una luce che distende il proprio ritmo tra estroflessioni ed introflessioni, rappresentate nella ricerca di Negri da aggetti e cavità che perturbano il profilo liscio e verticale delle facciate. Infine, spingendo più in là la nostra immaginazione, a Lucio Fontana, ai suoi piani monocromi sui quali una serie di effrazioni aprono uno spazio dentro ed oltre la superficie stessa. Fabio Negri compie, metaforicamente, un’operazione non dissimile: cosa rappresentano quei semplici oggetti, ombrelloni, palloni da spiaggia colorati, che punteggiano gli esterni di questi edifici, se non altrettante "finestre" sulla vita che scorre, come una linfa, all’interno dei palazzoni, pensati per accogliere l’italiano medio durante le sue vacanze estive?

           Il linguaggio che il fotografo rodigino persegue, tuttavia, non è assimilabile a quello della pittura. La sua è, fino in fondo, fotografia, e di essa sfrutta la facoltà di sottrarre al continuum spaziale e temporale frammenti di realtà, capaci di tramutarsi in altrettanti universi di significato. Il differente vissuto di ognuno di noi legato ad una medesima immagine conduce l’arte fotografica, teoricamente la più oggettiva delle espressioni, a moltiplicare le proprie potenzialità di senso. Sul piano emozionale, è ad esempio possibile che l’impersonalità di queste geometrie, nelle quali il desiderio di libertà dei villeggianti sembra naufragare, rechi con sé un senso di inquietudine e di vuoto.

          La villeggiatura coincide con una fase temporale sospesa, identificabile come un frammento d’esistenza che - analogamente alla fotografia come è stata sopra descritta – abbandona il regolare dipanarsi del tempo, da cui si distingue secondo differenti cadenze. L’etimologia della stessa parola vacanza rivela come il verbo latino da cui proviene, vacare, indichi l’essere liberi, ma anche l’essere, appunto, vuoti, e sia la medesima di termini quali vacuo, vacuità. Il soggiorno dei turisti nei luoghi di villeggiatura, d’altronde, non avviene in ciò che comunemente si indica come "case". Casa è il luogo che ci appartiene, che la nostra permanenza ha il tempo di plasmare, rendere simile a noi attraverso lo stratificarsi dei segni che la nostra presenza deposita. Questi anonimi palazzoni che ognuno può vedere nei viali dei luoghi di mare, appartengono al tempo a tutti ed a nessuno, accolgono senza per questo connotarsi secondo le personalità che, per un tempo dato, li abitano. E se dunque essi esistono, potremmo dire, anche senza di noi, non è stravagante vederli assumere, nelle fotografie di Negri, lo status di autentiche "presenze": le quali, a seguito di un congruo tempo di fruizione, pervengono a mutare la condizione dell’osservatore in quella di osservato. Le rare apparizioni umane, dal canto loro, sembrano invece ignorarci, manifestandosi sui terrazzi che, rompendo la vaga costrizione dettata dalle geometrie di superficie, si propongono di mediare tra l’interno e l’esterno al pari di pallidi giardini di ferro e cemento.

             È stata ancora la pittura, prima della fotografia, a conferire al mondo delle cose inanimate una silenziosa eloquenza, ed è attraverso la loro impersonalità, l’indagine reiterata della loro apparenza, che Fabio Negri innesca la comunicazione con chi osserva, esplicitando il proprio pensiero. Senza spingerci a riconoscere nelle immagini che egli produce una sorta di autoritratto interiore, è possibile comunque indovinare il loro legame con la sua memoria personale. La sublimazione estetica conosciuta, attraverso i suoi scatti, da queste architetture, depositarie, almeno secondo il senso comune, di una rigida funzionalità a cui non si è accompagnata alcuna bellezza, riporta inoltre alla luce un periodo storico perduto, riassunto in un autentico catalogo di modernariato. Molti di questi edifici portano impressa l’estetica costruttiva che, sorta dalle esigenze dettate dal turismo di massa, ha conosciuto il proprio sviluppo tra gli anni sessanta e settanta, quando le vacanze sono divenute una realtà per la nuova classe media e quella piccolo borghese. La memoria personale precipita così nella dimensione di quella collettiva: distinguendosi da un’autentica volontà di denuncia sociale o semplicemente urbanistica, l’operazione compiuta dal fotografo assume piuttosto il carattere di un’affettuosa opera di recupero. L’evidente qualità, squisitamente tecnica, con cui Fabio Negri la pone in essere sta certamente contribuendo all’immediato, crescente interesse che la critica ed il pubblico specializzati stanno riservando a questo originale operatore dell’arte fotografica.

                                                                                                                                                  Dott. Nicola Galvan

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